10 agosto 2015

Quasi...

Quasi non me lo ricordo più come si scrive; come si formano, su carta, i pensieri. Quasi non mi rendo conto del tempo che passa, bene o male, come ha sempre fatto. Quasi mi viene voglia di abbandono, di ruderi, di castelli che hanno avuto una storia ed adesso non più. Quasi comincio a pensare di sbagliare sulle persone, e mai mi era successo. Quasi. Poi ripenso alle parole di Benni che dice che se guardi bene una parete vedrai le crepe di come la maceria si disegnerà; ecco, io mi ero semplicemente stancato di vedere le crepe delle persone, di sapere già le loro macerie, ad un semplice sguardo. Succede, ci si stanca un po' di tutto, per tanto o per poco tempo; ci si stanca che quasi non ti interessa più, quasi. Poi alla fine non ci riesci, le vedi le crepe, attraverso le parole e te ne dovresti fottere perché "non sono problemi tuoi" solo che non ho più l'età del sopportare, no, non per troppo almeno. Quasi non me lo ricordo più cosa volevo dire, in mezzo a tutti i pensieri che girano in testa. Quasi non so come continuare, Quasi. In fondo quando sei stato via per un po' di tempo ti sembra estranea quasi casa tua, devi riabituarti agli angoli, soprattutto agli angoli; devi riconoscere gli spigoli, le curve; quasi che non fosse casa tua, quasi. Quasi mi sgriderei per non aver rispettato gli appuntamenti annui qui sopra, quasi; ma ho lasciato che la vita andasse bene così che ogni tanto un quasi ci sta tutto. Quasi.

03 luglio 2015

Le regole dello "stocazzo"

Come spesso accade ci si dimentica che questo blog ha, principalmente, un intento educativo e sociale e quindi oggi ci occuperemo di dare una risposta definitiva sulle regole dello "stocazzo". Lo "stocazzo" è un famoso gioco di compagnia in cui si fa in modo di farsi fare una domanda a cui rispondere "STOCAZZO!" e suscitare ilarità negli astanti, compreso, a volte, il domandante. La storia del gioco affonda nella notte dei tempi e diverse sono le leggende che circolano sull'argomento; pare che in un frammento disperso dei "dialoghi di Timeo e Crizia" Platone raccontasse come gli abitanti di Atlantide per alleviare il peso degli studi, tra un simposio e l'altro, amassero sollazzarsi con dialoghi tipo "Oh, Amessimandro, c'è chi mette in dubbio i tuoi studi sul bilanciamento idrico", "Oh, Diudonio, chi osa?!", "STOCAZZO! Amessimandro". Alcuni storici ipotizzano che la civiltà atlantidea sia scomparsa per uno stocazzamento finito male. Fatto sta che lo “stocazzo” ha attraversato i secoli; ci sono geroglifici nella piramide di Cheope in cui un Horus guarda interrogativo Ra che gli fa il gesto delle mani, di taglio, sul basso ventre e Anubi ride divertito; il geroglifico è stato interpretato, da alcuni, come la maledizione del sole sul plesso solare ma storici più attenti lo definiscono la prima rappresentazione grafica dello “stocazzo”. Lo “stocazzo”, infatti, è stato rappresentato diverse volte nell’arte, come ha più volte sottolineato lo storico dell’arte Jean De Stocazzon arrivando a teorizzare una corrente artistica attraversante i secoli, chiamata “stocazzismo”. Secondo De Stocazzon il David di Michelangelo esprime la posa fisica della risposta “STOCAZZO!” ed è nudo proprio per questo motivo. La Gioconda, in realtà, sorriderebbe allusiva ad uno “STOCAZZO!” dettogli da Leonardo. De Stocazzon arriva a dire che lo stesso Urlo di Munch sia il ritratto di uno che ha preso male una stocazzata. Altri storici fanno risalire, invece, la nascita dello “stocazzo” al periodo delle Crociate quando gli uomini andavano in guerra e lasciavano le proprie donne da sole per anni; queste, per sopperire alla mancanza del proprio uomo, è noto, intrattenevano rapporti extraconiugali e pare che, quando gli amanti bussavano alle loro porte e loro chiedevano “chi è?”, si sentissero rispondere “STOCAZZO”, quasi fosse un codice. Quale ne sia la storia lo “stocazzo” è giunto fino a noi ed è stato protagonista di eventi storici importantissimi; nella famosa foto della Conferenza di Yalta, infatti, Churchill ha appena stocazzato Roosevelt e Stalin si trattiene dal ridere. Ma quali sono le regole dello “stocazzo”? In realtà sono molto semplici, bisogna fare in modo di farsi chiedere dal malcapitato qualcosa che consenta la risposta “STOCAZZO!” ma va chiarito che non tutte le domande vanno bene, anche se grammaticamente e sintatticamente giuste; non è possibile rispondere “STOCAZZO!” ad una domanda tipo “in che modo?” o a “come stai?” e per tale motivo il Comitato Olimpico Internazionale ha disciplinato che le uniche domande ammesse per lo “stocazzo” sono “chi?” e “cosa?”. Sicuri di aver chiarito i dubbi che, fino ad oggi, attanagliavano tutti vi invitiamo a rispondere, a chi, dubitando siano queste le regole, vi chiede “ma chi lo dice??”, con un grandissimo “STOCAZZO!!”.

07 giugno 2015

Canicola

Il caldo respira lento tra gli ulivi, nel frinire sfinito delle cicale. Lei è stesa tra le radici accoglienti di uno degli alberi più anziani, le fronde creano un'ombra che dà l'illusione di affievolire l'afa tutto intorno. Lui è seduto al suo fianco, la schiena appoggiata al tronco caldo e rugoso; vorrebbe dire qualcosa, anche di stupido, per rompere il silenzio ma tace e la guarda. Lei ricambia lo sguardo, ha un vestito leggero, bianco, da cui risaltano le lunghe gambe abbronzate; è scalza, i piedi sulla coperta che li protegge dalla terra rossa. Lui è più rigido di quello che dovrebbe, come davanti ad un esame per cui non ci si sente mai preparati, si muove il meno possibile per non farle vedere la sua emozione, come fosse un peccato originale. Lei lo guarda e sorride, lo vede che ha i muscoli tesi, anche lei ma, distesa, si nota meno. Ha i capelli lunghi, sciolti, che le fanno da cuscino e cornice alla testa; lui alza lo sguardo tra i rami a guardare la luce accecante passare tra le foglie. Il tempo è come sospeso in una bolla, forse è l'afa, forse sono loro, ma entrambi pensano che quel silenzio sta pesando troppo e quasi d'accordo esordiscono insieme con un “senti...” sospeso; si fermano e ridono, ognuno adesso vuole che l'altro parli per primo e, di nuovo, sono ad un empasse; lei si morde un labbro, lui respira profondo e come quando ci si tuffa da una scogliera altissima le dice “vorrei il coraggio di raccontarti tutti i brividi che mi dai”. Lei è sorpresa, quasi spiazzata, e non sa che dire; ora nemmeno lui sa bene quello che ha fatto ma, come quando ti tuffi, a metà non puoi mica tornare indietro e come se il suo corpo sapesse meglio di lui quello che è giusto, si piega su di lei e la bacia. Lei quasi non ci crede ma sente se stessa abbandonarsi partecipe. Non esistono più il caldo, la terra rossa, gli ulivi; esiste solo quel bacio e le loro mani che, come una carovana giunta all'oasi, non fanno che dissetarsi l'uno nell'altra. Non si può fermare l'acqua di un fiume in piena, rompe gli argini e le dighe improvvisate e loro, nel frinire sfinito delle cicale, si mischiamo le anime quasi fosse l'ultimo giorno del mondo.

04 giugno 2015

Milonga improvvisata

Dalla finestra aperta mi arriva un po’ della brezza di mare, me ne faccio poco, con questo caldo, ma è meglio di niente; meglio di sudare anche soltanto respirando. Mi sposto sul balcone di questo albergo con poche pretese, affacciato sulla sabbia; vedo la costa puntellata di luci, l’afa rende opaca anche la notte e la luna, enorme, è velata ai bordi. Un refolo un po’ più forte mi porta sollievo e una sensazione di musica; decido di scendere a passeggiare sulla riva, con la scusa di stancarmi e rinfrescarmi con in piedi in acqua ma, in realtà, mi spingo ad inseguire quell’ipotesi di melodia che m’ha rapito. La sabbia mi concede passi incerti, le impronte dietro di me spariscono nella risacca; la musica è un po’ più forte, riesco a stabilire da dove arriva e la scelgo come meta, in fondo una strada vale l’altra se vuoi solo camminare. Supero uno stabilimento balneare con il suo plotone di ombrelloni chiusi e lettini ripiegati; ora percepisco perfettamente tutte le note, la melodia è una schermaglia di scale, come la danza di accoppiamento degli scorpioni: un tango suonato dal vivo. La musica proviene da una milonga improvvisata su assi di legno sporche di sabbia; tangueri vestiti di tutto punto ballano concentrati e mi perdo nel loro intreccio di gambe, nei loro sguardi profondi, nel loro muoversi portandosi l’un l’altro. Alla fine di una lunga tanda le coppie si sciolgono dall’abbraccio e sciolgono le loro maschere in sorrisi pieni di vita, ringraziano con un applauso i musicisti ed il loro compagno o compagna. Ritorno sui miei passi ancora inebriato, con dentro la stanchezza serena del loro ballare.

Questo frammento lo scrissi quasi un anno fa per un altro blog che, tristemente, ha fatto una bruta fine, lo ripropongo qui perché m'è capitato di parlare di tango...

13 maggio 2015

Frammento di altra vita

La strada scende veloce dalla collina, ripida e storta come la schiena di un mulo anziano; è fatta per lo più di brecciolino di seconda mano, di terra battuta dalla costanza delle ruote, di sassi di altri pianeti arrivati di nascosto, o almeno così pensavo, allora, mentre a perdifiato, in bilico sulle due ruote della mia scalcinata bicicletta mettevo a dura prova le leggi della fisica che allora nemmeno conoscevo. Forse era per quello che riuscivo a curvare dove, invece, anche la più stupida delle forze centrifughe avrebbe dovuto farmi sbattere contro il muretto a secco che la seguiva lungo tutto il suo serpeggiare, fino al paese. Avrebbe dovuto farmi incontrare quelle pietre messe ad incastro preciso senza nemmeno uno sputo di collante, un'ombra di cemento, e da lì, in volo radente, andare ad abbracciare uno dei tanti alberi di ulivo che riempivano i terreni a destra e sinistra di quella strada. Certo, avrei potuto anche andare più piano, non ci fossero stati tre cani, randagi ed incazzati, che avevano deciso che io, la bici e soprattutto i miei polpacci, eravamo adatti ai loro denti. Non che non sapessi dei cani quando mi ero avventurato, in salita, su per la collina ma forse erano stanchi, forse troppo occupati con la loro noia, mi avevano lasciato passare e quindi, in fase di discesa, mai avrei pensato che, giunto alla prima curva, me li sarei visti arrivare, abbaianti e ringhianti, zappando la terra con le zampe nella foga di avere tutta la velocità del mondo per raggiungermi. Sia lodata la discesa e la forza di gravità, che allora, come detto, non conoscevo, perché, per quanto folle mi consentirono di arrivare indenne, nonostante le curve, ai piedi della collina, dove c'è la fontana.

17 aprile 2015

Intermezzo



Lo so che me ne sto in disparte, a parte, in parte. Sono semplicemente seduto da qualche parte, ad attendere che almeno un parte, se non tutto, si rimetta in moto e si combaci.

08 aprile 2015

Storiella zen

Un giorno, mentre camminavamo per il centro della città, chiesi al mio maestro “Maestro, come si fa a capire le persone?”, come suo solito mi guardò sorridendo e non mi rispose subito, mi disse solo “Seguimi”. Camminammo molto e attraversammo tutta la città; lo scenario cambiava ai miei occhi, passando dal centro pieno di attività commerciali e di gente indaffarata a zone residenziali con giardini e madri con figli, fino ad arrivare all’estrema periferia, nei quartieri più popolari, con case mal tenute e bambini lasciati giocare e urlare liberi e senza controllo. “Perché siamo venuti fin qui?”, chiesi al mio maestro, “Eravamo nella zona più ricca, in mezzo alla gente ed adesso siamo qui, in mezzo al degrado, con gente che ci guarda con sospetto; non mi sento a mio agio”. Il maestro nuovamente mi guardò e disse “Mi hai chiesto tu di spiegarti come si fa a capire le persone. Dici di non sentirti a tuo agio, siamo sempre nella nostra città, non siamo in un posto diverso, abbiamo solo percorso pochi chilometri eppure ti senti estraneo. Per capire davvero una città non puoi fermarti al centro, devi conoscerne anche la periferia; così è con le persone, devi guardare la loro periferia”, “Non capisco bene maestro, le persone hanno una periferia?”, “Sì, giovane allievo, è il contorno delle loro azioni, delle loro parole. Per capire una persona devi ascoltarla anche nelle pause di quello che dice, non solo nelle sue parole; devi essere attento ai gesti che nemmeno loro sanno di fare, a dove guardano i loro occhi. Ti accorgerai che magari il condottiero più coraggioso, mentre ti parlava, ti ha rivelato la sua paura più profonda. L’errore più grave che tu possa fare è quello di credere che una persona sia una facciata liscia perché, in realtà, è un mosaico sfaccettato ma devi cambiare la tua prospettiva per riuscire a scoprire tutte le sfaccettature, devi impegnare tutti i tuoi sensi e non concentrarti su uno solo. Devi ascoltare non solo quello che dicono davanti ad un pubblico ma anche quello che sussurrano quando credono che nessuno li ascolti; quella è la periferia delle persone. Ti senti osservato qui, in un posto sconosciuto, ti sentivi sicuro, in centro; eppure ogni mercante sorridente avrebbe voluto truffarci mentre qui, prima, ho fatto cadere il mio sacchetto di monete ed ora ce lo stanno riportando”. Un ragazzino di poco più di dieci anni, infatti, ci avvicinò timoroso e mise nelle mani del mio maestro il sacchetto tintinnante, ricevette una moneta come premio, ringraziò e scappò via.