20 novembre 2009

Eh, quando arriva arriva....

Insomma, io in fondo l'ho sempre saputo no? Lo sapevate anche voi e gli altri e pure gli essi, massì che, in fondo, quando arriva arriva ed allora ci si toglie il dente e poi? Poi si fanno gli sciacqui col colluttorio alla menta inviperita, quella che dà il pizzicorino e poi "sputi qui", "NON SUL PAVIMENTO! QUI!!!" che, hai voglia ad averci mira se mi imbottisci di analgesico ed anestetico le gengive di sù ed il dente lo togli da quelle di giù. Non divaghiamo, dicevo che quando arriva arriva, massì che lo sapete, uffaaaaa, il traguardo sì; ti fai chilometri e chilometri e chilometri e chilometri, ma tanti eh, e poi, finalmente intravedi lo striscione con su scritto...PARTENZA...cazzo! Non fai in tempo a finire che devi ripartire e di nuovo chilometri e chilometri e chilometri e chilometri. Ma voi ci avete mai pensato? Non ai chilometri, al fatto che se ripeti una parola per un sacco di volte è come se non riuscissi più a collegarla al suo significato? Fine fine fine fine fine, no, quella rimane uguale ma è l'eccezione che conferma la regola. Uffa, continuate a farmi divagare ed io non voglio divagare il passato, in fondo è passato no? E' la vita girata nel passino del tempo, quello con pomello giallo, quello che mamma usava per schiacciare le patate e farci le crocchette, siamo crocchette questa è la verità: croccanti ed abbrustoliti fuori, morbidi, bollenti e filanti dentro, non si sfugge, alcuni al massino sono supplì. Ciò non toglie che quando arriva arriva ed è arrivato, il fatidico ultimo giorno e le ultime ore; di lavoro eh! Di lavoro milanese eh! Di lavoro milanese continuo e reiterato per giorni eh! Che con voi bisogna essere precisi che subito pensate che uno finisce altro. Non ho altro da finire ora se non le birre in frigo, magari mentre chiudo le scatole con mia mamma che me le romperà perchè qualcosa sarà troppo troppo ed altro poco poco e dopo quattordicimesiquattordici quasi mi sa che è meglio se mi vado a comprare dieci litri di Novalgina. Dovrei fare un bilancio ma li faccio già di mestiere e qui non c'è mai stato il mio mestiere perchè se molto spesso ciò che scrivo è vero ed ormai se non c'è falso in bilancio che bilancio è? Eh? Vabbè, arriva insomma, ore e minuti e poi "Beh, è stato un piacere ci sentiamo ci vediamo" e fai un sorriso e stringi mani e però un po' di magone, un pochino ti viene, diamine, mica siamo fatti di pietra pomice che galleggia solo, come stronzi, ma grattiamo via i calli. Magone per magone, che con un baol i magoni si trovano bene, cortesie tra colleghi, poi ti metti e pensi alle facce beccate ed a quelle mancate, ma mica a schiaffi è, quelle facce, massì, quelle che "cavolo sto a Milano vuoi che non ci incontriamo?" e com'è che voglio e poi non ci incontriamo? Non vuoi tu o non vogliamo? O non possiamo? O non sappiamo? Boh?! Beh, vabbè c'ho ancora le mie ore di città, di smog asfalto e facce strane, le ore per pensare alle mie ore future di paese, di zolfo e facce sceme. Ma pure facce belle e occhi azzurri chè non tutto si lascia, qualcosa si ritrova ed una birra non è birra uguale in ogni dove? In realtà no, ma meglio non pensarci ora, molto meglio.

Non preoccupatevi, sto bene.

18 novembre 2009

Francobollo, robusto, cascare

il post dalle tre parole di Lady Cocca:



Giorgione


Giorgione era un marcantonio di due metri e passa, robusto come una sequoia centenaria della Sierra Nevada e ruvido uguale. Una volta, tempo fa, mentre attraversava la strada fu investito da un tizio in moto, ebbe due mesi di prognosi, il tizio, per la moto invece non ci fu nulla da fare; quando, dopo un’ora che era stata chiamata, finalmente, si presentò l’ambulanza gli chiesero: “Lei si è fatto qualcosa?”, “Mi sono rotto i coglioni” rispose e se ne andò a casa. Non parlava molto Giorgione, non perché non avesse niente da dire, solo, non gli avevano mai fatto le domande giuste; certo, la sua espressione non proprio sveglia non aiutava molto, aveva lo sguardo sempre un po’ più in la, come se cascasse dalle nuvole ed allora tutti pensavano fosse un po’ ritardato, invece erano loro ad andare troppo di fretta. A Giorgione piacevano poche cose: i bonsai, le caramelle mou e dar da mangiare alle papere del piccolo stagno, quello che sta al centro del parco; però non le caramelle mou, ci aveva provato, una volta, e la papera era ancora lì che galleggiava, con le mosche intorno. Al parco si sedeva sempre sulla stessa panchina, vicino ad un vecchietto; gli piaceva quel vecchietto, era sordo come una campana e quindi lento quanto lui. Gli diceva: “Oggi fa freschetto, eh?” ed il vecchio: “Chi le ha fatto un dispetto? Qualche monello?”, “No, non ‘dispetto’, ‘freschetto’, la TEMPERATURA”, “Le fanno paura?! Grande e grosso com’è si spaventa di qualche ragazzino”, “MA QUALE PAURA?! TEM-PE-RA-TU-RA! IL VENTO!!!”, “Erano cento?! Beh, allora capisco che avesse paura, doveva chiamare la polizia!”. A quel punto, visto che alzare la voce era servito solo a far sapere le condizioni metereologiche a tre ettari di parco tranne che al vecchietto, Giorgione indicava lo stagno ed entrambi iniziavano a lanciare in acqua pezzi di pane duro che le papere si accalcavano per mangiare. Una volta ha anche rischiato di finire in un brutto giro, Giorgione; un suo lontano cugino, un poco di buono che si arrabattava tirando avanti con lavoretti al confine della legalità, il confine esterno però, un giorno gli disse che c’era da lavorare per il suo capo, che avevano bisogno di uomini di fatica, cose semplici niente di troppo intellettuale. A Giorgione non dispiaceva lavorare, si presentò con il cugino davanti al fantomatico capo, la sua faccia non gli piacque ma non andava troppo per il sottile, di solito non giudicava mai le persone dal primo incontro. Il capo lo osservò solo un attimo e gli disse che c’erano cento sacchi per lui, Giorgione si guardò intorno e chiese: “Dov’è il magazzino da svuotare?”, “Quale magazzino?”, il capo ora lo fissava, “Quello con i cento sacchi”; il cugino ricevette un’occhiata di fuoco: “Ma mi hai portato un cretino?” e poi, a Giorgione: “Senti, bestia, per ‘cento sacchi’ intendevo cento euro. Devi seguire un tizio, devi stargli appiccicato come un francobollo e non perderlo di vista un attimo, credi di esserne capace? Eh, minchione, ce la fai?!”. Giorgione aveva incassato tutto senza cambiare espressione, quella rimaneva sempre uguale, “Ma chi è ‘sto tizio?” chiese, il capo era in piedi davanti a lui, sì e no se gli arrivava al petto: “Tu ti devi fare i cazzi tuoi, non hai capito che non devi fare domande?! Sei veramente un deficiente”; il suono dell’ultima “e” non si era ancora spento che il palmo della mano destra di Giorgione aveva già abbracciato la parte sinistra della faccia del capo toccando con la punta delle dita la nuca e con la base del palmo le labbra. Non so quanto forte fosse stato lo schiaffo ma il cugino, che era accanto a Giorgione, fu spettinato dallo spostamento dell’aria ed il capo, ancora adesso, quando vede un palmo di mano aperto si rannicchia sotto il tavolo e piange.

16 novembre 2009

Reticoli?

Eccoci qui, lunedì della mia ultima settimana di lavoro milanese, faccio un'altra pausa dai "racconti ispirati". Mi sento strano, stamattina mentre arrivavo qui avevo in mente le parole di una canzone di Zucchero:

"Giorni neri, giorni tersi
velati di sonno
sempre uguali e diversi
comunque che vanno"

In fondo vado a chiudere un capitolo importante e ne vado ad aprire un altro; la vita, anche la più noiosa, è comunque un romanzo, spero solo che il mio non l'abbia scritto Moccia...

Visto che ci siamo ci metto anche un bel video (quante cose stamattina...), lo dedico ad una persona che non sta attraversando un bel periodo, spero che passi da qui ancora, perchè una persona che correva anche con -4 non può farsi abbattere dall'ennesima salita che ha incontrato sul suo percorso. Lo so, si è stanchi e quel sasso lì, al bordo del sentiero, dopotutto sembra comodo e cinque minuti di riposo fanno bene...però, attenzione, così si perde il passo.



Un abbraccio

14 novembre 2009

Amare, baita, emozionante

il post dalle tre parole di albafucens:


Monologo interiore

Amo il mio lavoro, lo amo soprattutto per le piccole cose, come la possibilità che mi sta dando di vedere quest'alba meravigliosa colorare di rosa i monti di fronte. La giornata è splendida, di una purezza emozionante direi. Non pensavo che oggi ci sarebbe stato sereno, sicuramente non si poteva nemmeno immaginare visto come nevicava ieri sera quando sono arrivato, non si vedono nemmeno le mie impronte, è tutto così immacolato. Mi piace questa purezza, mi fa stare bene; con la luce del sole è quasi abbacinante, per uno non abituato potrebbe addirittura fare male tanta purezza. E il silenzio? Il silenzio è quasi irreale, i già pochi rumori del bosco sono assorbiti dalla spessa coltre di neve fresca che copre quasi tutto; ogni tanto si sente il rumore di qualche ramo che cede al peso e subito dopo si rilassa per il sollievo di essersi alleggerito, una specie di rumore elastico, un sospiro della natura, ma serve semplicemente a sottolineare ancora di più il silenzio. Questa baita poi ha la fortuna di essere particolarmente isolata, dalla strada si vede a malapena, per scorgerla devi sapere che c'è e non tutti lo sanno, non tutti. Si affaccia sul lato più nascosto della valle e permette di vedere la natura che, all'alba, sembra esplodere, la luce aumenta e lei, piano, occupa tutto il campo visivo, l'ho detto, emozionante. Mi piace questa lontananza dalla frenesia, qui si ha il tempo di fare tutto con calma, rilassati, in questo silenzio che nemmeno le urla possono intaccare. Sì, rimarrei volentieri qui ma il mio lavoro è finito e poi, in realtà, non mi piace mai rimanere troppo a lungo in un posto, sono un nomade, in fondo, e mi piace variare. Mi sa che il prossimo lavoro lo prendo al mare, sì, una bella spiaggia di sabbia bianca. Adesso devo proprio andare ma con calma, non voglio spezzare l'incanto di questo posto, tanto passerà un bel po' di tempo prima che scoprano i cadaveri.

12 novembre 2009

Esmeralda Matilde Lapis

Esmeralda Matilde Lapis decise di fare la maestra il giorno che capì che la sua amica, quella che aveva incontrato nel negozio di elettronica, voleva sempre insegnarle tutto; si disse che no, che non poteva credere di non sapere niente, doveva dimostrarle che anche lei sapeva qualcosa e non solo, la sapeva anche trasmettere agli altri. Esmeralda Matilde Lapis era detta “matita”, non so perché, forse derivava da Matilda ma a lei non dispiaceva; in realtà a lei non dispiaceva niente, come usava dirle spesso l’amica “tinsegnotuttoio”, e così sorrideva dolce a tutti. Anche all’amica sorrideva sempre, mentre lei si intestardiva a spiegarle come utilizzare il pc, era buona Esmeralda Matilde Lapis, non ce la faceva a dire all’amica che il suo era un Mac e così le lasciava cercare per ore il tasto “start” mentre biascicava frasi del tipo “ma che ce l’hai attaccata a fare ‘sta cazzo di mela sullo schermo?!”. Esmeralda Matilde Lapis era curiosa di natura, per questo l’amica le piaceva, lei era tutto un mistero, diceva di studiare lingue ma una volta, mentre erano insieme l’amica “tinsegnotuttoio” le chiese se volesse andare a casa sua a prendere un tè e lei, per essere simpatica e farle vedere che qualcosa la sapeva anche lei le risposte “of corse” ma amica la guardò strana e le disse: “non c’è bisogno di correre”. Ci aveva pensato per giorni Esmeralda Matilde Lapis, a questa cosa qui, giorni interi, poi si era convinta che l’amica non studiasse inglese tra le tante lingue. Quello che Esmeralda Matilde Lapis non capiva era l’amico di amica, un tale Neutro che si dicesse sapesse tutto, lui sì, non l’amica; Neutro però non parlava mai, non si esprimeva, nemmeno annuiva, quando gli veniva chiesto un parere l’amica “tinsegnotuttoio” diceva subito: “La pensi come me, vero Neutro?” e subito partiva ad esporre il suo punto di vista sulle cose. Poi, un giorno, Esmeralda Matilde Lapis chiese all’amica: “Ma tu, amica, che lavoro fai?”, l’amica la guardò strana e sorrise senza darle una risposta. Il suo corpo fu ritrovato sul greto asciutto di un fiume, un po’ qui ed un po’ la e non si capì mai chi fosse stato; quando veniva chiesto all’amica “tinsegnotuttoio”, orfana inconsolabile di Esmeralda Matilde Lapis, chi le avesse fatto fare quella fine, lei rispondeva: “Non lo so” e poi guardava strana e sorrideva, mentre Neutro spalancava solo gli occhi. Fu così che Esmeralda Matilde Lapis non riuscì a fare la maestra.


Faccio un'altra pausa dai "racconti ispirati", con un...racconto ispirato :)
Come era già successo qui, ancora una volta un post di Inenarrabile è come se mi avesse sfidato, non ho potuto che risponderle...

09 novembre 2009

Mosaico, trapassare, secolare

il post dalle tre parole di Maraptica:



DiVersi

Quando ti ho vista la prima volta
mi hai trapassato con lo sguardo
e mi hai lasciato trafitto lì
in un tempo che non è finito,
non ho avuto modo di reagire
al tuo sorriso splendido, beffardo
ti ho fatto un cenno con la mano
ma tu avevi già capito.
T'ho baciata di un bacio lieve
sotto i rami d'un ulivo secolare
in un estenuante mezzogiorno
nel frinire di un milione di cicale;
abbiamo speso tutto il tempo
a stare zitti o a parlare,
nella sincronia dei nervosi,
quando non sai cos'è bene e cosa male.
Il sole a picco in mezzo alle foglie
disegnava un mosaico d'ombre e luci,
volevo prendere un raggio con la mano,
tremavo come fosse inverno e tu hai riso.
Mi hai chiesto: “Ma noi dove andremo?”
“Non m'importa, verrò dove mi conduci”.
Ancora adesso quando non guardi
passeggio gli occhi sulle curve del tuo viso.
Ti sfioro il naso mentre dormi
in silenzio, con le dita della mano
così caccio via tutti i pensieri
che accumulo durante il giorno,
Nemmeno adesso so dove andremo
forse potrà essere lontano
la verità è che non mi interessa,
finché “siamo”, il resto è solo contorno.

08 novembre 2009

E' finita l'avventura...

Faccio una pausa dai "racconti ispirati" perchè era da un po' di giorni che dovevo scrivere questo post qui e visto che l'altro giorno scartabellavo tra i miei post ed i ricordi annessi ed ho ritrovato questo che, all'epoca, ebbe molto successo ed ho pensato al ritorno, al mio ritorno a casa. Sì, come dice il titolo, l'avventura e finita ed a fine mese tornerò a casa e rivedrò quelle luci, le luci del mio paese e mi chiedo come mi sentirò nel rivederle non dopo un'uscita per una pizza e nemmeno sapendo di andare via di nuovo, no, rivederle dopo un anno via e per restare. Con molti di voi ho parlato di questa scelta e molti di voi hanno espresso pareri l'uno diverso dall'altro; quando, più di un anno fa sono partito per salire a Milano ero pieno di paura (direi proprio terrore), non sapevo cosa o chi avrei incontrato, non sapevo come sarei stato, non sapevo che impatto avrebbe avuto su di me la vita in solitudine; come più volte ho detto, non credevo di abituarmi così in fretta ma sono stato bene, tanto che, adesso, ci sono cose che mi dispiace lasciare. Torno indietro per tanti motivi, torno perchè la lontananza dall'Oceano è dura da sopportare, perchè ho bisogno del profumo della sua salsedine e della sua umidità perchè ho paura che, alla lunga, mi si secchi l'anima. Torno perchè, forse fin dall'inizio, sapevo che sarebbe stata una cosa a termine, torno perchè ho qualcosa da dover gestire, nonostante sia la cosa da cui sono "scappato". Torno, perchè mi sono accorto che da essere quello sorpassato, la mattina, andando al lavoro, sono io che mi infastidisco della lentezza degli altri. Torno perchè pagare la frutta come dal gioielliere mi fa venire il nervoso. Torno, ma... Già, i "ma" ci sono sempre, no? Se nello scegliere tra restare o tornare ci abbia pensato tanto e ancora adesso non sia sicuro della scelta, ci sarà un motivo no? Significa che è stata un'esperienza importante altrimenti non sarebbe stato difficile decidere di tornare, sarebbe stato un fuggire a casa, invece no, invece tante cose mi mancheranno. Mi mancheranno le possibilità trasversali alla mia attività che stare qui mi offrirebbe, le possibilità di avere a che fare con situazioni che, a casa, ai bordi della periferia dell'impero posso scordarmi. Mi mancherà quella libertà conquistata con la resistenza, sì, mi mancherà questa libertà, non c'è niente di male, è così, sfido chiunque l'abbia provato a darmi torto. Mi mancherà Milano, che ci crediate o no; prima di partire ne ho sentite di ogni, per alcuni, se fossi andato nel peggior slum di Mumbai sarei andato comunque in un posto più bello di questo, beh, gli occhi vanno anche usati; Milano va guardata con lo sguardo a 45° per godersi le prospettive e quando beccate una giornata di cielo terso, verso il tramonto andate da San Babila verso il Duomo, la luce sulle guglie fa un certo effetto. Mi mancherà la possibilità di andare a piedi a vedere un megaconcerto, le mie passeggiate domenicali e le facce una diversa dall'altra, tutte con una storia diversa. Mi mancherà avere, in un solo mese, la possibilità, tra presentazioni varie, di incontrare: Mario Biondi, Maurizio Crozza, Giovanni Allevi, Stefano Benni, Niccolò Ammaniti, Curzio Maltese, gli Avion Travel e i Placebo. Mi mancheranno un sacco di cose e so che, in questo anno passato, sono cambiato e non sono esattamente lo stesso, magari sono pure peggio, non so ma era normale che non rimanessi uguale è cambiato anche il mio modo di scrivere però, almeno, se un giorno avrò bisogno di stirarmi una camicia so che ce la potrò fare senza problemi. Ho detto quello che avevo da raccontare, ora torno a spremere i neuroni sulle parole e sui racconti, un abbraccio a tutti.