19 dicembre 2014

Esercizio n. 6

Parole

Volto
sguardo sorriso
calore vampa brivido
contatto stretta abbraccio
respiro apnea buio odore mani pelle
attimo
eternità
distacco
trauma
lacrime rabbia
banchina vagone fischio finestrino
sguardo
volto
addio
no

04 dicembre 2014

Cinque anni che sto qui

Dovrei scrivere come faccio di solito ma, in realtà, la cosa più triste è che posso tranquillamente riproporre quello che ho scritto un anno fa; non è cambiato nulla, tranne che sono un anno più stanco.

29 novembre 2014

26 novembre 2014

Esercizio n. 4

Un interno

La stanza è piccola, il pavimento è fatto di assi di legno consumate dall’usura e le pareti, di un celeste chiaro, ospitano diversi quadri, tra cui un paesaggio e due ritratti. Un letto singolo prende tutto lo spazio della parete alla destra della porta, è in legno, con testiera e pediera ed ha su una coperta rossa. All’angolo opposto, alla sinistra del letto, un tavolino con su un catino ed una brocca azzurra fa da toeletta, alle sue spalle, appeso accanto alla finestra, uno specchio e, sulla parete a sinistra, quasi addossato, un chiodo regge un telo per asciugarsi. Alle spalle del letto, che è quasi attaccato al muro, una stretta asse con dei chiodi fa da appendiabiti. A fare da comodino una sedia di paglia e un’altra fa da seduta, un po’ discostata dal tavolino.

Un esterno

Un bosco immerso nelle tenebre, sulla riva di un placido lago dalle acque scure; è sormontato da un cielo luminoso puntellato di candide nubi bianche creando un’innaturale frattura tra luce e buio. Giusto davanti al lago una grande casa di tre piani; un solitario lampione ne illumina il davanti ma la sua luce non va oltre il piano terra e solo due spicchi del primo piano; sembra quasi che una tettoia, giusto sopra il lampione, crei un cono di buio. A sinistra del lampione un albero che supera, in altezza, tutti gli altri del bosco; l’albero, con le sue fronde, copre tutto il secondo piano. Alle sue spalle, immerse nell’oscurità, due finestre aperte da cui proviene una debole luce lasciano intuire la presenza di un’altra ala della casa.

25 novembre 2014

Facciamo che

Facciamo che oggi non è la giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne.
Facciamo che non c'è bisogno di una giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne.
Facciamo che ogni giorno lavoriamo per eliminare la violenza contro le donne.
Facciamo che chiamiamo violenza non solo il picchiare ma anche l'offendere, il deridere, lo sminuire, l'umiliare, il sottomettere.
Facciamo che i violenti non li chiamiamo uomini ma merde, come vanno chiamati.
Facciamo che non giriamo la testa dall'altra parte, mai.
Facciamo che fermiamo i carnefici.
Facciamo che smettiamo di essere vittime.
Facciamo che non speriamo nei cambiamenti che non esistono.
Facciamo che quando vediamo qualcuno essere violento lo blocchiamo.
Facciamo che quando qualcuno si vanta di essere "uomo" lo facciamo sentire una nullità.
Facciamo che stiamo attenti a tutti i possibili segnali.
Facciamo che non ci stiamo zitti perché "tanto va così".
Facciamo tutte queste cose.
Facciamone anche una sola ma
FACCIAMO.

23 novembre 2014

Intermezzo


Il Talmud dice che chi uccide un uomo uccide il mondo intero; siamo noi a rendere il mondo il posto che è. Vale per tutto, vale per tutti e non serve sbattersi per l'universo tutto se poi chiniamo la testa per noi stessi.

Punto.

20 novembre 2014

Esercizio n. 3

Un pettine d’avorio

Di mio nonno ricordo la schiena, quando, seduto sulla sua sedia di paglia, al tavolo da lavoro, aggiustava tutto quello che si rompeva in casa. Si era ricavato un laboratorio nel garage e ci si rintanava lì ogni volta che poteva; mi permetteva di stare con lui a patto che non lo disturbassi ed allora mi mettevo lì, leggevo i miei fumetti e lo osservavo; non diceva una parola, concentrato nell’aggiustare quello che aveva sotto le mani; una volta gli chiesi “Nonno, tu sai aggiustare tutto?”, si fermò e si girò a guardarmi, mi disse “Non tutto si può aggiustare” e senza aggiungere altro tornò a quello che stava facendo. Non era di molte parole, il nonno, non aveva amici e non usciva mai, da quando era morta la nonna non andava nemmeno più a messa; non che prima ci andasse volentieri, diceva che, se c’era uno Dio, era in debito con lui e gli doveva delle spiegazioni; però la nonna lo costringeva e lui non sapeva dire di no alla nonna. Se non stava nel suo laboratorio si metteva a guardare fuori dalla finestra e stava fermo così per ore; mio padre diceva che il nonno non era più lo stesso da quando era tornato dalla guerra ma mi aveva proibito di fargli domande in merito. In casa non si parlava mai della guerra, solo una volta la nonna mi raccontò che il nonno, tanto tempo prima, aveva nascosto lei e mio padre in un rifugio in montagna e una notte, uscendo a cercare qualcosa da mangiare, era stato preso dai soldati e mandato in un posto brutto chiamato Buchenwald, da cui era riuscito a tornare solo dopo anni. Mio nonno, in realtà, non aveva molta voglia di parlare di qualsiasi cosa ma se gli facevo una domanda mi rispondeva sempre e non si arrabbiava mai. Una volta, mentre guardava fuori dalla finestra, gli chiesi cosa facesse e mi rispose “Aspetto”, “Cosa aspetti nonno?”, “Il passato”, e quando gli dissi che, se era passato, allora non poteva tornare, mi guardò negli occhi, mi sorrise lieve e mi disse “Un sasso lanciato in uno stagno continua a produrre onde concentriche anche quando il sasso ha ormai toccato il fondo; così sono le azioni che facciamo, producono effetti anche tanto tempo dopo che sono state compiute” e riprese a guardare fuori. Sul momento non capii molto bene quello che voleva dirmi, lo imparai, mio malgrado, tempo dopo. Un giorno eravamo in casa solo io e lui e bussarono alla porta, andai ad aprire ed una signora di mezza età chiese del nonno, si chiamava Maria e disse di essere la figlia di un suo vecchio amico. Chiamai il nonno che si avvicinò e chiese spiegazioni; la signora spiegò di essere la figlia di Arturo Bianchini, a quel nome mio nonno sembrò quasi essere colpito da uno schiaffo, sbarrò gli occhi e dovette mantenersi allo stipite della porta; al mio gesto di aiutarlo mi disse di andare in camera e fece accomodare la signora Maria in salotto. Mi nascosi in corridoio, non avevo mai visto mio nonno così ed ero preoccupato, curioso e preoccupato. Sentii Maria parlare di quel posto brutto, Buchenwald, di come, dopo anni, erano riusciti a farsi restituire alcuni oggetti che erano appartenuti al padre, tra questi anche un diario in cui si parlava anche del nonno, della loro amicizia ed allora aveva deciso di incontrarlo per dargli uno di quegli oggetti perché, pensava, era giusto lo avesse mio nonno. Appiattendomi sul pavimento guardai nella stanza e vidi Maria porgere un oggetto al nonno, era un pettine di avorio; il nonno lo prese come se fosse la cosa più fragile del mondo e ricordo che cominciò a piangere. Senza dire una parola la signora Maria si alzò ed uscì dalla stanza, mi passò davanti ma non mi vide, piangeva anche lei; la sentii chiudersi la porta d’ingresso alle spalle e mi ritrovai nel silenzio; il nonno era ancora seduto, guardava il pettine che aveva in mano e piangeva senza emettere un gemito, senza fare un sussulto, composto; volevo andare da lui ma temetti che si sarebbe arrabbiato e così, cercando di non fare rumore me ne andai nella mia stanza. Il giorno dopo mio padre lo trovò nel garage, la sedia di paglia rovesciata per terra; aveva legato una corda ad una trave del soffitto. Il passato che aspettava era arrivato.